19 agosto 2013

La privacy per e-mail

A volte capita che, parlando con la gente di Google e GMail, faccia la figura dell'hippie che odia qualsiasi società abbia più di 10 impiegati. Quando la gente mi vede usare DuckDuckGo, purtroppo, il discorso è inevitabile. Che rispondere alla fatidica domanda: "Perché non usi Google e basta?". Come se bastassero due parole per rispondere.

Non ho mai avuto GMail, per il semplice motivo che all'inizio ti invadevano con la pubblicità, e alla fine anche se in modo meno apparente la pratica continua. Tanto che persino Microsoft, forte di Hotmail, si sente nella posizione di rilasciare critiche pubbliche contro la scarsa trasparenza di Google. Trovate di marketing che ricordano il vecchio detto "il bue che dice cornuto all'asino". Senza divagare, io GMail non l'ho mai avuto. Un servizio che ho sempre trovato ottimo, anche se non perfetto è, o meglio era, Lavabit: assistenza tecnica impeccabile, grafica pulita, periodi di downtime nulli, free, rispettosi della privacy, mille e mille opzioni disponibili. Questo fino a qualche giorno fa, quando l'home page del sito è stata sostituita da questo testo:

My Fellow Users,

I have been forced to make a difficult decision: to become complicit in crimes against the American people or walk away from nearly ten years of hard work by shutting down Lavabit. After significant soul searching, I have decided to suspend operations. I wish that I could legally share with you the events that led to my decision. I cannot. I feel you deserve to know what’s going on--the first amendment is supposed to guarantee me the freedom to speak out in situations like this. Unfortunately, Congress has passed laws that say otherwise. As things currently stand, I cannot share my experiences over the last six weeks, even though I have twice made the appropriate requests.

What’s going to happen now? We’ve already started preparing the paperwork needed to continue to fight for the Constitution in the Fourth Circuit Court of Appeals. A favorable decision would allow me resurrect Lavabit as an American company.

This experience has taught me one very important lesson: without congressional action or a strong judicial precedent, I would _strongly_ recommend against anyone trusting their private data to a company with physical ties to the United States.

Sincerely,
Ladar Levison
Owner and Operator, Lavabit LLC

Defending the constitution is expensive! Help us by donating to the Lavabit Legal Defense Fund here.

Le striscie di Dilbert di martedí e mercoledí scorsi sono quanto mai azzeccate. Difficile fidarsi di chiunque insomma, visto il consiglio finale di Ladar Levison. Ancora più difficile fidarsi di chi sull'intrusione nella privacy ci ha costruito un business. Per chi ha orecchie per intendere: crittografate le vostre mail sempre quando potete.

15 luglio 2013

Lineamenti ingannevoli

Quando vedo Roberto Calderoli non riesco a non pensare a un cazzo. Mi vengono in mente tutti i rifugiati di guerra degli anni '20, '30 e '40 che si vergognavano di far capire che erano Italiani, perché a quei tempi gente come Roberto ne era pieno il governo, senza smentite né opposizioni. Non lo sto paragonando a un cazzo, ne ha i lineamenti. Questo è quello che lo rende tale, il fatto che lui, cittadino di un Paese fallito, senza un briciolo di credibilità né dignità, si senta nella posizione di insultare altri. Chissà se qualcuno gli ha mai fatto notare che il barbone è lui.

22 giugno 2013

Britons in fuga

Gli Inglesi si sa, hanno uno humour tutto loro che va capito. Non riesco ancora a ridere a tutte le loro battute, ma quella sulla fuga di cervelli mi ha fatto divertire sin dal primo giorno. La storiella, in breve, racconta dei grafici, programmatori e designer che, attirati da nomi come 2K e Bioware e da stipendi alti, decidono di abbandonare la cappelluta regina alla sua solitaria crociata contro le volpi e di fare un biglietto di sola andata per il Canada. La parte davvero divertente però è quando penso a tutta l'immigrazione di alto livello che hanno, quando penso a tutti gli Italiani, i Francesi, gli Spagnoli, i Tedeschi, gli Svizzeri che vanno a riempire i buchi lasciati da questi aspiranti Canadesi.

Ma perché in Canada, invece dei pesciolini e dei fiori di lillà come tutti credevamo ci sono tante, tante società di videogame? Perché anche i non-Canadesi, tipo Capcom e Ubisoft, diventano all'improvviso fan delle temperature sotto i -15 e aprono filiali fra le nevi? Facile: le riduzioni sulle tasse, le ottime infrastrutture e l'abbondanza di esperti. Il Canada permette alle aziende straniere di capire meglio come funziona il mercato nordamericano, di avvicinarcisi non solo fisicamente; concede però a differenza degli Stati Uniti tasse ridotte alle aziende di videogame permettendogli quindi di offrire stipendi più alti, quindi di attirare più candidati, selezionare il meglio e creare ambienti stimolanti che a loro volta attirano i migliori. Quando quei burloni degli Inglesi mi fanno notare quanto sono cattivi i Canadesi che gli rubano tutti i migliori sviluppatori io rido, e gli rispondo che potevano farli anche loro questi sconti sulle tasse. Non che non li facciano già (e questo grazie alla TIGA),in realtà dovrebbero essere solo un po' più consistenti, ma stanno sulla buona strada. Poteva farle Sarkozy queste riduzioni prima di far scappare Ubisoft, poteva farle Merkel, poteva farle Berlusconi. Il governo italiano in particolare non riscuote nulla dagli sviluppatori di videogame visto che non ce ne sono; potrebbe ridurre le tasse al 2% e attirare qualche grosso nome, in fondo "two is megl che gnent". Così invece gli Italiani vanno via a tappare i buchi in Francia, Inghilterra, Polonia o dovunque ci siano buchi da tappare.
Con la sua politica il Canada si è creato un ecosistema che favorisce le startup e genera professionisti capaci e con soldi da spendere. Le aziende di sviluppo canadesi hanno dato un lavoro stabile a 16500 persone nel 2012 e creato 27000 posti di lavoro, contribuendo al PIL con 2.3 miliardi di dollari.

Facciamo un esempio immaginario: un impiegato di EA Canada dopo 10 anni decide di andarsene e di aprire la sua società. Ha l'esperienza e i contatti, ha messo da parte dei soldi e con un altro ex-impiegato, magari conosciuto all'università o a qualche fiera, ci prova. Ha internet veloce (già, la banda larga non serve solo a scaricare porno), se cerca prestiti o investitori ha buone probabilità almeno di parlare con persone che sanno quali sono i costi, i rischi e i profitti di un progetto sui videogame, può ottenere consigli commerciali e legali. La legge non lo ostacola più del dovuto e il governo lo spinge. Se il gioco avrà successo potrà trovare impiegati con esperienza per espandere il team, creerà posti di lavoro e attirerà altri Inglesi. Saranno posti di lavoro ben pagati naturalmente, mediamente 72000$ l'anno, perché se vuole competere con le altre società e non vuole assumere solo stagisti è costretto, ma se le tasse sono basse e vende bene se lo potrà permettere. Se va male, beh, un altro posto interessante come impiegato lo troverà prima o poi.
Questi impiegati e imprenditori che pagano poche tasse sono persone altamente qualificate che portano prestigio al Canada, vendono beni immateriali all'estero, comprano a loro volta computer, console e videogame e muovono l'economia. Insomma, meglio 10 persone contente che spendono e che versano 100 dollari ciascuno di tasse al mese o una persona senza un soldo che versa 500 dollari di tasse al mese, ma che non compra niente e alla prima occasione andrà via?

Immaginiamo lo stesso caso in Italia: intanto Electronic Arts non c'è, prendiamo Ubisoft. Ubi Italia, come tante altre multinazionali, è principalmente una sede commerciale: serve a fare marketing mirato agli Italiani, a minare soldi insomma. Lo sviluppo è altrove, proprio per i motivi di cui sto parlando. Comunque almeno un gioco, se così lo vogliamo chiamare, in Italia l'hanno fatto: "che fai, ci provi?". Difficile che uno impiegato lì da 10 anni, ammesso che ci sia, se ne vada per un motivo diverso da "ho trovato lavoro all'estero", perché se la startup gli andasse male sarebbe costretto a rielemosinare lavoro nella stessa azienda che ha lasciato. Difficile anche che abbia soldi da parte, ma diciamo che ce li ha. Gli serve un socio, ma i compagni di università in gamba si trovano probabilmente in Canada o in Inghilterra e non ci sono persone provenienti da altre aziende. Dovrà mettersi in società con un altro ex-impiegato di Ubisoft, cosa che gli farà tagliare ancora di più i ponti con il suo vecchio datore di lavoro. Peggio ancora, venendo dallo stesso ufficio i nostri due impavidi imprenditori hanno esperienze simili che limitano il know-how iniziale. Per aprire la società devono sbrigare un mare di burocrazia e pagare in anticipo le tasse su stime di guadagni che non hanno. Le stime stesse sono basate chissà su che modello di impresa, magari una fabbrica. Soldi e soprattutto tempo quindi, tempo che viene tolto al progetto della startup. Trovare un investitore non deve essere facile nemmeno, visto che i videogame sono visti come una cosa da bambini, un prodotto fatto da studenti smanettoni ancora troppo giovani per trovare un lavoro serio, tipo il militare. Forse l'investitore non saprebbe neanche valutare i costi, ma gli Italiani che ci provano sanno che possono rivolgersi agli investitori americani. Purtroppo manca la regolamentazione per cose nuove come Kickstarter, quindi anche quella via non è semplice come potrebbe. Ma l'arretratezza dello Stato non finisce qui: basti dire che per le microtransazioni del free2play, essendo assimilate alla vendita al dettaglio, viene richiesta l'emissione dello scontrino. Il modello economico del gioco quindi è fortemente condizionato da cosa la legge prevede. Mentre per Kickstarter c'è la scusa che è una cosa nuova, il free2play esiste da un bel pezzo, semplicemente nessuno ci ha mai pensato. C'è ancora la scarsa disponibilità di connessioni internet: le società di videogame, soprattutto le startup, non hanno la necessità di avere un ufficio in centro a Roma, si può risparmiare molto mettendosi un po' fuori qualche piccola città, ma se internet non c'è in centro nella capitale figuriamoci nei paesi. Diciamo però che nonostante tutto, fra società e conti all'estero, trucchi ed escamotage i nostri finiscono il prodotto e arrivano ad una beta. Ai nostri, che sono appunto in pre-release e ancora non vendono niente, farebbero comodo dei tester e magari un programmatore in più che li aiuti per la stable release. Ammesso che li trovino, lo Stato non li facilita certo nelle assunzioni flessibili, anzi, gli chiede tasse molto alte. In fondo se assumono devono essere ricchi no?

La ricerca tecnologica, i videogame in particolare, richiedono leggi moderne, supporto e soldi. Sviluppare un videogame bello, non un'app che si confonde fra le migliaia di giochini free per cellulare, richiede team di almeno 30 esperti per oltre 3-4 anni. Costa milioni. Il gioco va pensato in tutti i dettagli, va creato dal nulla. Le regole, la trama, la community. Va pubblicizzato, i server per le partite multiplayer richiedono manutenzione. Il codice va strutturato, ottimizzato e testato, i kit di sviluppo vanno pagati. Grafica e musica, che la si faccia in-house o la si acquisti va pagata. E come non ci si improvvisa musicisti non ci si improvvisa programmatori né grafici. Ognuna di queste persone va pagata prima ancora di avere qualcosa da vendere, per mesi o anni, così come i computer, i server, l'affitto, i backup, le bollette, le tasse. Non è come aprire un bar, quindi non si possono applicare i regolamenti che si applicano ad un bar.
Se un giorno qualcuno si chiederà perché i videogame in Italia non li fanno, perché i soldi di chi compra giochi e console finiscono irrimediabilmente all'estero, perché matematici, fisici, informatici, tester, producer, community manager, animatori, rigger, modellatori, disegnatori, scrittori, designer non trovano lavoro, perché gli unici immigrati che attiriamo finiscono a battere o a raccogliere i pomodori, spero che quel qualcuno si ricorderà di questo post. Facile dare la colpa ai conti in Inghilterra di Ezio Greggio, ma chi pensa a quanti soldi vanno via per l'acquisto di prodotti e servizi di tecnologia? Mi auguro che nessuno creda di riuscire a recuperare i soldi spesi su Steam solo vendendo vino, pasta e mozzarelle. Anche se con tutti gli Italiani all'estero sono sicuro che l'export di cibo va particolarmente bene.

25 gennaio 2013

Un aereo oppure...?

Uno dei temi caldi degli ultimi due giorni, da quanto ho potuto leggere, è stato l'acquisto di questi famosi aerei militari il cui costo si aggira sui 170 milioni l'uno, per una spesa complessiva di oltre 8 miliardi. Questa spesa, da quanto ho capito, è giustificata dal fatto che questi aerei sono armamenti standard per i membri dell'ONU. L'Italia punta ad aprire una fabbrica di pezzi (per le ali, se non vado errato) che produrrà per sé e per i Paesi esteri (tutti i membri dell'ONU avranno gli stessi aerei) ma non solo: la stessa fabbrica si occuperà anche di manutenzione e riparazioni. Altri aspetti a favore sono la messa in disuso degli aerei attualmente in dotazione all'esercito, aerei vecchi che richiedono più manutenzione e consumano di più.

Quanto detto sopra riassume in breve tutto quello che so sulla faccenda. Magari non posso trarne un ragionamento pienamente sensato, ma sapete che per qualsiasi obiezione sono felice di leggere i vostri commenti.
Dunque, ecco il mio ragionamento: a meno che il governo non sia al corrente di qualcosa che non è stato reso noto, non mi pare che in Italia ci sia clima di guerra al punto da richiedere aerei stealth. Certo, la difesa è importante, non si sa mai che un emulo di Ping Pung Pang decida di impersonare l'aspirante dittatore del mondo di turno, sarebbe tragico accorgersi che il maggiore esperto di guerra in giro è un giovane e accanito giocatore di Call of Duty. Stesso discorso in caso di invasione aliena, ma sappiamo tutti che di solito gli invasori preferiscono iniziare dal Giappone o dalla Casa Bianca. In ogni caso un tutti-contro-uno come quello del periodo fascista non mi sembra tanto probabile, questo per dire che possiamo contare sugli altri Paesi europei in caso di bisogno di aiuto. Il mio ragionamento prosegue con la supposizione che i piloti di aerei vengano addestrati prima su simulatori. Alcuni di questi immagino faranno prove su aerei veri, altri magari non saliranno mai su uno.
Invece di fare l'indignato che si limita a gridare: "Ecco come buttano le vostre tasse", io ce l'ho una proposta alternativa. Non ho la presunzione che Monti legga il mio blog, o che un politico possa dare retta a uno che non è mai neanche stato impiegato allo sportello in banca, è tanto per dire la mia. Insomma, invece di prendere 90 aerei prendiamone la metà, o un terzo. Questa fabbrica di pezzi di ricambio la possiamo aprire comunque, ma lo Stato si terrebbe da parte 5 miliardi, credo. Cosa farne con questi soldi? Una parte servirà a pagare le spese extra degli aerei vecchi (che dovranno restare in servizio). Un'altra parte - non so, 3 miliardi? - un'altra parte la usiamo per favorire delle startup. Soldi da regalare alla gente, letteralmente, a patto di rispettare certe condizioni. Diciamo che ogni neo-imprenditore possa ricevere un massimo di 500.000 euro, con quei soldi considerando il caso in cui viene dato il massimo a tutti si semineranno 6000 nuove imprese.
Facciamo un esempio pratico: io ho un'idea in cui credo e voglio realizzarla. Per prima cosa partecipo ad una specie di Kickstarter a cui tutti gli Italiani hanno accesso. I progetti più interessanti per il pubblico vengono selezionati ed una prima scrematura, piuttosto difficile da taroccare, è fatta. Passata questa prima selezione, passo alla seconda tappa: so che nelle principali città ci sono dei comitati presso cui posso esporre la mia idea e presentare un piano di espansione per il futuro. I comitati possono essere composti da volontari, credo che molti Italiani sarebbero felici di dare una spinta allo sviluppo del Paese, o da professori universitari, da professionisti presi in prestito da aziende o da un mix di queste opzioni. Essendo veramente motivato preparo una bella presentazione, delle stime e delle previsioni, prendo il treno e a mie spese vado nella grande città più vicina dove questi comitati ricevono e parlo della mia idea. Loro stimano la fattibilità, l'interesse e la rilevanza. Progetti come "voglio aprire una pizzeria/kebab" naturalmente non contano, ma quelli come "voglio creare un nuovo motore di ricerca" possono essere molto allettanti, e hanno il potenziale di creare molti posti di lavoro. Diciamo che la mia presentazione è ben fatta e li convinco. Magari fra gli esaminatori ci sono un mio cugino e un ex compagno di classe, più un tizio a cui ho dato dei soldi, quindi forse i fondi mi stanno venendo un po' regalati; questo non è un problema perché adesso devo convincere un secondo comitato, e magari un terzo, di persone sempre diverse e via via più fidate (per esempio perché vengono estratte a sorte solo poco tempo prima della presentazione). Ecco, li convinco, approvano o modificano il mio budget (anche al rialzo, perché no) fino ad un massimo prestabilito, e tutto felice corro a realizzare i miei piani.
Per evitare le solite truffe del "dopo", potremmo impiegare in modo costruttivo la Guardia di Finanza e i Carabinieri. Se ho dichiarato nella mia presentazione, ad esempio, che prevedevo 1000 euro al mese per l'affitto di un ufficio, questo dovrà risultare chiaramente. Se l'ufficio risulta appartenere ad un parente o ci sono altre irregolarità, i fondi vengono sospesi e viene richiesto il rimborso, si procede agli arresti, alle multe o qualunque cosa la legge preveda. Controlli a tappeto dunque per assicurarsi che nessuno stia approfittando dei soldi, e se anche solo 50 di queste almeno 6000 imprese iniziali, cioè meno dell'1%, riescono a sopravvivere ecco creati nuovi posti di lavoro interessanti e con un futuro. Ripeto, un bar non è un investimento per il futuro di un Paese, un concorrente di DropBox sì. Questi soldi dati, sia in caso di fallimento che di riuscita, non dovrebbero essere chiesti indietro e soprattutto queste nuove aziende non dovrebbero pagare nessuna tassa, possibilmente neanche l'IVA (altrimenti lo Stato regala i soldi con una mano e con l'altra se li riprende). Se decollano iniziano a pagare come tutti, magari gradualmente, se ristagnano o falliscono è come se non fossero mai esistite. Sono un sognatore senza speranza?

11 gennaio 2013

Crossover

Uno dei pochi programmi televisivi che guardavo in passato è Celebrity Deathmatch: si tratta di una specie di cartone animato dove i due presentatori commentano lo scontro sul ring. Tali scontri hanno personaggi famosi come protagonisti, e ricordano più l'Uomo Tigre che il Wrestling. Alla fine quasi sempre almeno uno dei combattenti moriva. Era divertente, potevi vedere ad esempio Christina Aguilera e Britney Spears suonarsele di brutto, ognuna facendo sfoggio delle proprie caratteristiche più contraddistintive.
Quella di mettere insieme gente famosa che raramente si vede insieme è un'idea che sembra coinvolgere lo spettatore in modo particolare. Ad esempio Time Bokan: Royal Revival mette insieme varie IP della Tatsunoko, ma ci sono anche vari giochi, come Marvel vs Capcom, Mario & Sonic, Mario Kart, Street Fighter X Tekken... e così via. Particolarità interessante, eccezion fatta per Mario e Sonic, sembra molto difficile che questi personaggi così diversi fra loro, messi uno accanto all'altro, facciano amicizia e parlino del più e del meno.

Oggi, forse l'avrete capito, dopo aver letto i titoli sui giornali mi sono fiondato a guardare l'episodio di Servizio Pubblico che mette insieme nell'arena Marco Travaglio e Silvio Berlusconi. Ok, io avrei preferito buttarci dentro Mark Pincus e John Carmack, o magari Richard Stallman e Steve Jobs, ma credo che Santoro non sarebbe stato altrettanto soddisfatto dei dati di ascolto.
Dunque sì, parlavamo di Marco e Silvio. Che colpo, Marco stesso sembra emozionato quando confessa di aver atteso per vent'anni questo momento dopo vent'anni di Berlusconi in politica (strana concezione del tempo, ma l'emozione gioca brutti scherzi). E poi e poi... poi basta. Confesso che di solito non guardo per intero le puntate di Servizio Pubblico, ma questa me la sono sciroppata tutta. In poche parole le due ore e mezza di trasmissione si possono riassumere in: recriminazione, rinfaccio, battute dementi, frecciatine da ragazzina, belle donne. Complimenti per la scelta delle domande, soprattutto da parte di Giulia Innocenzi che per carità, carina è carina ma di tutte le domande sceme che poteva fare ("perché nel 2009 non hai previsto la crisi?") ha scelto la peggiore. Tanto valeva prendere Giuliacci dopo un weekend al mare di pioggia imprevista e chiedergli perché non avesse detto la verità piuttosto. Sicuro, magari voleva fare uno scherzo, magari quelli dell'autostrada gli danno una mancia sui pedaggi... o magari si è sbagliato. Ecco, dico io, che senso ha fare domande così facili da evadere, con così tanto margine di dubbio e per le quali anche la più auspicata delle risposte sarebbe totalmente insoddisfacente... mah, sicuramente Giulia si è rifatta durante il resto della trasmissione (bei tacchi, a proposito).

Che bisogna dire... sicuramente le leggi italiane sono vecchie, sicuramente l'iter di una legge, come ha spiegato Berlusconi, è lungo e tortuoso, sicuramente governare un Paese non è facile come mandare avanti un bar, sicuramente le tasse sono troppe, sicuramente sono stati fatti errori a non finire e sicuramente per arricchirsi tutti bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare sodo e onestamente tutti, come hanno fatto i Giapponesi dopo aver perso la guerra. Sicuramente in politica bisogna spesso prendere delle decisioni che non si vorrebbero prendere per evitare che cose peggiori accadano ("Lo specchio del principe", nessuno?); questo è tanto naturale quanto ci appare naturale leggere nei libri di storia di popolazioni mandate in guerra per rispettare gli accordi con gli alleati, scongiurando così ritorsioni e mantenendo i rapporti commerciali. Purtroppo quello che la gente continua a cercare senza tregua è qualcuno a cui dare la colpa e purtroppo, causa soldi, prestigio e potere, quelli che le colpe ce l'hanno non vogliono farsi da parte per lasciar provare qualcun altro.
Qualche certezza ben precisa però ce l'abbiamo: il comunismo (quello vero, non "la sinistra") è stato la base di alcune delle peggiori dittature. Da Santoro tutti sembravano felici di farsi chiamare comunisti, e mi chiedo cosa stiano aspettando per prenotare un biglietto di sola andata per la Cina o per le spiagge cubane. Di solito sono i voli in arrivo quelli tutti pieni, non quelli di andata. Sappiamo anche che non se ne può più di tutti questi partitelli minuscoli, e sappiamo che uscire dall'Euro sarebbe un casino. Tanti sembrano attendere un ritorno alla Lira, al Sesterzio o al Fiorino; alcuni di questi sono così convinti che già si sono fatti infinocchiare (ma d'altronde che ci si aspetta da uno che vota la Lega Nord). Ma a che pro? E mentre la gente si fa queste pippe mentali altri ipotizzano valute mondiali, come i Bitcoin. Certo, i corrotti al potere hanno le loro colpe, ma i nemmeno cacciatori di streghe sono quello di cui ci sarebbe bisogno ora.

10 dicembre 2012

La cultura del fallimento

Parlando con un amico, ho saputo della storia di un ragazzo impiegato in una grossa società informatica americana con uno stipendio da 12.000$ al mese. Questo ragazzo, dopo aver messo da parte un bel gruzzoletto, si è licenziato per mettersi in proprio, e adesso se la passa ancora meglio di prima. Storie così non sono poi così rare: un altro esempio è Gabe Newell, con Valve. Chissà quanti altri poi ci hanno provato, hanno avuto scarso successo e sono semplicemente tornati a fare gli impiegati. Perdendo soldi sì, ma senza ridursi sul lastrico trascinandosi dietro tutta la famiglia.

Dei vari blog che parlavano dello sfortunato lancio di Volunia (trattasi, per chi non se lo ricordasse, di un fallimentare motore di ricerca made in Italy) me ne è rimasto impresso uno in particolare. Il blog in questione, andando contro corrente, voleva parlare bene di Marchiori. A questo proposito parlava del disfattismo in Italia, della sassaiola che ci si becca se si prova a fare qualcosa di ambizioso e si fallisce; insomma, della mancanza della cultura del fallimento in Italia. Non posso dare completamente torto a Riccardo Luna, ma la sua storia non mi ha mai convinto. L'illuminazione mi è arrivata quando ho appreso le storie all'Americana di cui sopra (proprio Riccardo parla della Silicon Valley). Loro ci provano, tanti falliscono, qualcuno ci riprova e qualcun'altro riesce. Il punto è che ci provano in tantissimi. Per rimanere più vicini a noi, e parlando di una realtà che conosco meglio, fra il 2008 e il 2011 nel Regno Unito hanno aperto 216 nuove società di videogames, mentre altre 197 hanno chiuso. Alto tasso di mortalità delle aziende, alcune aprono e altre chiudono ma sui grandi numeri qualcuna ce la fa. Immagino che parlando di California i numeri non possono che essere maggiori, e per forza, visto che la gente ha fondi personali o che comunque i piccoli investitori non mancano. Insomma, loro sì che possono permettersi di provarci e fallire, beccarsi un plauso per averci provato, rialzarsi e ricominciare. Certo, la denigrazione all'Italiana è uno dei tanti problemi che ci affligono, ma bisogna anche considerare che iniziative come Volunia dalle nostre parti sono una rarità. Era un "o la va o la spacca" per noi che assistevamo da fuori, tutti col fiato sospeso ad aspettare che finalmente in Italia aprisse una grossa società moderna, capace di creare posti di lavoro e sviluppo, e credo che la delusione si sia poi tradotta in aggressività prima di sfociare nella solita denigrazione all'Italiana (e metto me stesso in cima alla lista dei 'colpevoli'). Non voglio in alcun modo rivalutare il lancio di Volunia né il prodotto stesso, voglio semplicemente dire che ciò di cui avremmo bisogno è più gente che ci prova. Allora sì che sperare in un successo e non curarsi dei fallimenti avrebbe un senso.

Da un po' di tempo, a proposito di motori di ricerca, sono passato a Duck Duck Go. Si tratta, indovinate, di un motore made in USA che mira a fornire un servizio migliore di quello di Google. Per chi fosse interessato a saperne di più, potete vedere il loro video. Probabilmente tanti in tutto il mondo rideranno e si lanceranno in lunghe critiche contro il nuovo motore che vuole rimpiazzare Google, ma tanti altri crederanno tranquillamente che Google non rappresenta in nessun modo il motore di ricerca perfetto e cercheranno alternative migliori. Forse quello che mi irrita di più sono le continue frasette di Marchiori sul non voler rivaleggiare con Google, la sua insistenza sul non poter competere con un gigante mondiale. Lo capisco, perché un'affermazione pubblica come "rimpiazzeremo Google" è arrogante e in Italia soprattutto tende ad attirare un sacco di ignoranti improvvisamente diventati esperti opinionisti. Ma mi irrita perché evoca nella mia mente tutta la cultura italiana condensata in un pensiero di pochi secondi: l'ingenuità dell'aspettarsi una startup che rivaleggi con una multinazionale fin dal primo giorno di vita; l'ignoranza del non capire la tecnologia e le risorse di cui Google dispone, del non capire che Google è quella che è anche grazie a tanti Italiani in gamba che sono partiti all'estero. Volunia non dispone di queste persone perché i più bravi continuano ad andare via. Soprattutto, in Italia mancano le infrastrutture. Con la server farm di Aruba che va a fuoco da sola, le Poste che si fermano per un bug causato da chissà chi e Fastweb che promette la fibra ottica da 14 anni e ancora ci lascia con l'adsl "temporanea", come si fa a sperare che una società informatica moderna possa decollare? E come si fa ancora a pensare che l'informatica è il misterioso dominio di pochi ragazzini appassionati di videogames in grado di creare giochi, motori di ricerca, programmi e tutto il resto con lo schioccare delle dita, da soli e da un giorno all'altro?

02 ottobre 2012

Dubbio made in Italy

Vorrei far vedere ai miei visitatori un video che un collega mi ha mostrato proprio oggi. Personalmente ho sempre ritenuto che i soldi fossero il motivo sbagliato per decidere di andare all'estero. È questo il motivo che spinge tanti immigrati a venire in Italia, per esempio, e nella maggior parte dei casi questi ultimi finiscono per odiarci. No invece, si parte per la curiosità di conoscere nuove persone e vivere nuove esperienze; si fa per imparare a vedere il mondo da punti di vista differenti, per avere contatti ovunque, per fare tante foto, per avere tante cose da raccontare ai nipotini, per quello che vi pare, ma non per i soldi.

Eppure, ogni volta che cambio Paese e mi chiedo se andare in un posto nuovo o tornare in Italia, mi trovo con una scelta limitata proprio per colpa dei soldi. L'italia è diventato il Paese delle tasse, in cui le imposte vanno pagate prima ancora di ricevere le entrate. È anche diventato il Paese della sporcizia e dell'inquinamento grazie ai mafiosi del sud, dell'ipocrisia senza limiti grazie a Bossi e suo figlio, il Paese degli stipendi bassi e dei contratti di tre mesi.

Caparezza ci canta di aver dimenticato di essere figli di emigrati, ma forse gli è sfuggito che siamo anche fratelli e padri di emigrati. Forse non ha nemmeno notato quanti visitatori hanno siti come ItaliansInFuga o ItaliansOfLondon, per non parlare dei gruppi di Facebook.
Vi lascio al video.